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La notte di San Giovanni e i riti di Mezzestate

El Greco, San Giovanni Battista, 1594-1603

Il termine “solstizio” deriva dal latino solstitiu o solstitium, a sua volta derivato da sistere nel senso di “fermarsi”, in quanto, proprio in questo periodo, si ha la sensazione che il sole si fermi e torni indietro.

Durante il solstizio il sole sembra fermarsi, sorgendo e tramontando sempre nello stesso punto, sino al 24 giugno (per quello invernale il 25 dicembre), quando ricomincia a muoversi sorgendo gradualmente più a sud sull’orizzonte (più a nord per quello invernale).
La notte di san Giovanni, il 24 giugno appunto, rientra nelle celebrazioni solstiziali; il nome associatogli deriva dalla religione cristiana, perché secondo il suo calendario liturgico, vi si celebra san Giovanni Battista (come il 27 dicembre san Giovanni Evangelista).

L’inizio astronomico dell’estate è il 21 giugno, il 24 si festeggia la nascita di san Giovanni Battista (fissata per tradizione a 6 mesi esatti prima della nascita di Gesù).

Il dies natalis dei santi, quello nel quale vengono ricordati nel calendario, corrisponde al giorno della morte: morendo nascono in Cristo. San Giovanni è l’unico santo di cui si festeggia la nascita non intesa come morte il 24 giugno, e la morte il 29 agosto. E’ un privilegio che condivide con la Madonna.

La data in questione cade vicino al solstizio d’estate, quando già in epoche precristiane venivano celebrati molti culti.

Giano, dio bifronte del principio e della fine, delle porte e dei confini, nell’era cristiana, ha ceduto il controllo delle “porte solstiziali”. A guardia di tali porte è stato infatti sostituito dai due Giovanni: san Giovanni Battista che governa sul solstizio d’estate, san Giovanni Evangelista che presiede al solstizio invernale. E infatti la festa di san Giovanni Battista, detto anche san Giovanni d’estate, ricorre il 24 giugno e quella di san Giovanni Evangelista, detto anche san Giovanni d’inverno, il 27 dicembre, esattamente le stesse date in cui i Collegia Fabrorum festeggiavano Giano.

Nel Cristianesimo sono le feste di san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista ad essere in rapporto con i due solstizi. Veramente si situano alcuni giorni dopo la data esatta dei due solstizi, una il 24 giugno e l’altra il 27 dicembre: «Il che – secondo il Guénon – ne fa apparire ancora più chiaramente il carattere, poiché la discesa e la salita sono allora già cominciate effettivamente».

El Greco, San Giovanni Evangelista, 1594-1604

Così, i due san Giovanni hanno sostituito Giano, anche se la ricorrenza solstiziale di dicembre si è andata complicando, perché alla festa giovannea si è sovrapposto lo stesso Natale e il Sole nascente è diventato, come doveva diventare, il simbolo del Cristo Bambino.

La somiglianza fonetica fra Janus (Giano) e Joannes (Giovanni) è evidente e porterebbe a ritenere che la collocazione delle feste dei santi Giovanni in prossimità dei due solstizi non sia stata casuale, ma servisse non tanto a cancellare il culto arcaico, quanto a “riscriverlo” in termini cristiani.

In effetti, era alquanto arduo sradicare un costume tanto profondo: gli uomini vivevano i solstizi in maniera coinvolgente, ritenendoli momenti di transizione, nei quali era possibile trasformare e sviluppare la rispettiva condizione interiore: una sorta di transitio verso presupposti migliori.

Secondo le tradizioni nordiche, proprio il 24 giugno corrisponde al giorno di Mezzestate. Il mondo naturale e il soprannaturale si compenetrano e cose ritenute impossibili diventano possibili. Tale giorno è ricordato anche nella celebre commedia di William Shakespeare Sogno di una notte di mezza estate, dove sono raccontati appunto gli amori e gli incanti nei boschi abitati da fauni e fate che si divertono a burlarsi dei poveri umani.

Si suppone che in tale notte avvengano strani prodigi e meraviglie, per cui si organizzano veglie e riti. Per difendersi dagli spiriti maligni, che si credeva apparissero in questa notte, gli antichi usavano erbe e fiori.

Hypericum perforatum

La più potente delle erbe scaccia-diavoli era l’erba di san Giovanni che si pensava avesse anche dei poteri divinatori. Tale erba, usata ancora oggi in erboristeria, altro non è che l’Hypericum perforatum, una pianta perenne alta dai 30 agli 80 cm, con fusto ramificato nella parte superiore dove si raccolgono, a mazzetti, i fiori gialli che fioriscono in primavera-estate.

Con la cristianizzazione, si diffuse la leggenda che l’iperico fosse nato dal sangue di san Giovanni e che il diavolo volesse distruggerla trafiggendola, ma l’unico risultato ottenuto era stato quello di perforarle le foglie.

Schiacciando le foglie se ne ricava un pigmento rosso-bluastro che è il principio attivo dell’iperico e ha un odore pungente simile a quello dell’incenso. Come incenso l’iperico veniva anche bruciato, dando così origine alla convinzione popolare che servisse a scacciare i diavoli; da qui il suo antico nome “Fugademonum”.

Si bevevano anche pozioni di tale erba per cacciare i diavoli dal corpo. Oggi sappiamo che in tutto questo c’è una fondamento scientifico in quanto l’ipericina (il principio attivo dell’iperico) in effetti allontana i cattivi pensieri grazie alle sue virtù terapeutiche contro la depressione per la quale oggi è usata in tutto il mondo.

La notte di san Giovanni è anche collegata al noce e ai suoi frutti che in molte zone d’Italia si usa tuttora raccogliere in questa notte, ancora acerbi, per preparare il nocino, liquore ritenuto possedere virtù magiche.

Nel Medioevo si pensava che in questa notte le streghe volassero nel cielo per radunarsi sotto il grande noce di Benevento: antiche credenze riconoscevano nel noce una pianta sacra, anche magica. Si diceva che il noce rappresentasse l’ultimo rifugio delle streghe condannate al rogo, esse potevano salvarsi dal supplizio trasformandosi in spirito ed entrando nel più vicino tronco di noce, per poi riacquistare la libertà al momento dell’abbattimento dell’albero.

Il Sole e la Luna

Durante questa festa, secondo un’antica credenza, il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua); da questo derivano tutti i riti e gli usi dei falò e della rugiada, presenti nella tradizione contadina e popolare; non a caso gli attributi di san Giovanni sono il fuoco e l’acqua, con cui battezzava.

Nelle culture antiche, l’opposto rappresentava continuità e in occasione della solennità di san Giovanni, si celebrava il fuoco e l’acqua nello stesso tempo.

Più o meno in tutte le campagne d’Europa, infatti, si accendevano falò per glorificare il sole che, dal solstizio, sembra perdere progressivamente il suo fulgore. Il rogo, nella mentalità popolare, doveva servire per sostenere l’astro affinché conservasse la sua forza, allontanando le avversità che lo inducevano a soccombere. Un rogo benevolo, quindi, in quanto capace di espellere ciò che può essere dannoso e per questo i contadini bruciavano all’aperto, nella notte della vigilia, grande cataste di legna.

I falò accesi nei campi la notte di san Giovanni erano considerati, oltre che propiziatori, anche purificatori e l’usanza di accenderli si riscontra in moltissime regioni europee e persino nell’Africa del Nord.

I contadini si posizionavano su dossi o in cima alle colline, e accendevano grandi falò in onore del sole, per propiziarsene la benevolenza e rallentarne idealmente la discesa; spesso con le fiamme di questi falò venivano incendiate delle ruote di fascine, che venivano in seguito fatte precipitare lungo i pendii, accompagnate da grida e canti.

Come già detto, i falò avevano però anche una funzione purificatrice: per questo vi si gettavano dentro cose vecchie o marce, affinché il fumo che ne scaturiva tenesse lontani spiriti maligni e streghe; si riteneva, infatti, che proprio durante questa particolare notte, le streghe si riunissero e scorrazzassero per le campagne, alla ricerca di erbe.

In alcuni casi si bruciava, come per l’Epifania, un pupazzo, così da bruciare in effigie la malasorte e le avversità; inoltre, si faceva passare il bestiame tra il fumo dei falò, in modo da togliergli le malattie e proteggerlo sia da queste sia da chiunque vi potesse gettare fatture e malie.

Chi salta il fuoco è sicuro di non dover soffrire il mal di reni per tutto l’anno. Gettando erbe particolari (come la verbena) nel fuoco del falò, si allontana la malasorte.

La mattina del 24 giugno le persone girano tre volte intorno alla cenere lasciata dal falò e se la passano sui capelli o sul corpo per scacciare tutti i mali.

Il solstizio era anche glorificazione dell’acqua che, simbolo della fecondità e della purificazione, quale elemento principale da cui si ha la rigenerazione, la ritroviamo nella rugiada che consacra le erbe e le rende idonee ai molteplici impieghi terapeutici o prodigiosi.

La rugiada della mattina di san Giovanni, ovviamente legata all’elemento acqua, ha il potere di curare, di purificare e di fecondare.

Nel Nord Europa, se una donna desiderava avere molti figli, doveva stendersi nuda, o rotolarsi, nell’erba bagnata. Lo stesso tipo di rituale veniva effettuato nel caso in cui la donna desiderasse bei capelli e una buona salute.

La prima acqua attinta la mattina del 24 giugno manteneva la vista buona. Recarsi all’alba sulla riva del mare a bagnarsi, aveva il potere di preservare dai dolori reumatici.

Una leggenda tramanda che, vicino al famoso Noce di Benevento, ci fosse un laghetto o un torrente in cui le donne si bagnavano, proprio in questa notte, per aumentare la fertilità.

La notte di san Giovanni è notoriamente legata a tantissime forme di divinazione, utilizzando come base acqua oppure piante. Le divinazioni più comuni vertevano sull’indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale.

Le ragazze da marito, se volevano conoscere qualcosa sulle loro future nozze, dovevano, la sera della vigilia del 24 giugno, rompere un uovo di gallina bianca e versarne l’albume in un bicchiere o in un vaso pieno d’acqua. Poi dovevano metterlo sulla finestra, lasciandolo esposto tutta la notte alla rugiada di san Giovanni. Il mattino successivo, appena levato il sole, si sarebbe preso il bicchiere e, attraverso le forme composte dall’albume nell’acqua, si sarebbero tratti auspici sul futuro matrimonio.

Oltre all’uovo poteva venire impiegato il piombo fuso: versato nell’acqua si raffreddava velocemente e, dalla forma assunta, si traevano previsioni sul mestiere del futuro marito.

Come periodo dell’anno in cui la natura trionfa in tutta la sua abbondanza, il solstizio d’estate finisce inevitabilmente per essere ovunque associato alla fertilità e alla sessualità. Giugno è ancora il mese più popolare per i matrimoni.

In Sardegna, le coppie del solstizio d’estate venivano chiamate “compari e comari di san Giovanni”, e il rito prevedeva l’offerta di vasi di germogli di grano, come per sottolineare la connessione tra la sessualità umana e la fertilità della natura.

Con le feste del solstizio estivo il Santo è visto come protettore dalle influenze malefiche: nel momento in cui inizia la fase “oscura” del cielo annuale e le minacce delle forze del male e delle tenebre sembrano farsi più forti, si sente la necessità di qualcuno che assicuri la rinascita della luce.

Gli antichi senza dubbio colsero un significato nella strana ironia per cui quando la luce e la vita sono al culmine, al solstizio d’estate, si gettano i semi della morte, delle tenebre e del decadimento; e lo stesso vale per il contrario, al solstizio d’inverno.

Ecco forse spiegato il motivo per cui si svilupparono tutta una serie di riti – i fiori, il fuoco, le nozze e i funerali – che accompagnavano la festa di Mezzestate: era una celebrazione della trasformazione.

A Mezzestate, nello sbocciare di un fiore, nel fuoco, nel sesso e nella morte, si liberano le energie, avviene una trasformazione, e il Cielo e la Terra si riuniscono per un momento. E poi la vita continua.

Testo a cura di Stefania Iadarola

Bibliografia

Vania Gasperoni Panella, Maria Grazia Cittadini Fulvi, Dal mondo antico al cristianesimo sulle tracce di Giano, Morlacchi Editore, 2008

Richard Heinberg, I riti del solstizio, Edizioni Mediterranee, 2001

Roberto La Paglia, Le superstizioni dalla A alla Z dal Piemonte alla Sicilia, Hermes  Edizioni, 2006




Discussione

10 pensieri su “La notte di San Giovanni e i riti di Mezzestate

  1. Molto interessante la lettura delle notizie sul giorno di S. Giovanni. Fin da bambina ho sempre festeggiato questo solstizio d’estate con lavaggio del viso, braccia e collo con l’acqua odorosa che mia madre preparava la vigilia del 24. Anche io ho continuato questa tradizione e l’ho trasmessa ai miei figli che a loro volta la continuano. Il mazzo di fiori, costituito da, foglie di noce, di alloro, di spighette, di rose, di camomilla, di iperico,di tulipani, viene per tradizione immerso in un catino pieno di acqua e lasciato fuori all’aperto. Nella notte passano le streghe che benevolmente, porteranno via tutto ciò che di non buono poteva agire su chi poi si laverà con l’acqua benedetta.Ciao Lida.

    Pubblicato da Giuditta | 22 giugno 2013, 01:21
  2. L’ha ribloggato su cartapierangela.

    Pubblicato da cartapierangela | 24 giugno 2016, 03:00

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