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La Luna: una “casta diva” tra mito, poesie e canzoni

La luna del ghiaccio

la luna dei fantasmi

la luna calda del sole che ritorna.

La luna dei fiori

la luna dei germogli

la luna gialla del grano che matura.

La luna del riso

la luna del raccolto

la luna bianca del volo degli uccelli.

La luna grande la luna delle foglie

la piccola luna del sole che muore.

Sono “le dodici lune” cantate dal cantautore Branduardi, “le dodici lune”, fedeli compagne di quel meraviglioso, potente spettacolo che noi chiamiamo Vita!

Venerata dai popoli più antichi col nome di Iside, Selene, Artemide, Diana, la Luna è la regina del cielo, la “Casta diva”, come viene invocata, nel celebre melodramma ottocentesco di Vincenzo Bellini, dalla sacerdotessa Norma, affinchè porti la pace nella terra dei Galli, occupata dai Romani.

Secondo la mitologia greca, Artemide (Diana per i Romani) aveva, infatti, deciso di rimanere vergine. Era una donna, per così dire, moderna, una donna che sapeva bastare a se stessa; abile cacciatrice, era capace di usare mirabilmente l’arco e le frecce, cosa che le dava la possibilità di difendersi benissimo da sola e … guai al maschio che si fosse azzardato ad importunarla!

Ne fece amara esperienza il giovane Atteone, che aveva osato spiare la dea, mentre faceva il bagno e che, scoperto da lei, fu tramutato in cervo per essere, poco dopo, sbranato dai suoi cani ignari della metamorfosi (Ovidio, libro III delle “Metamorfosi”).

Immagine

Atteone sbranato dai suoi cani

La luna è sicuramente la più suggestiva e, soprattutto, la più poetica tra le divinità simboleggianti gli aspetti e le forze della natura.

Poeti di ogni epoca e quanti sono capaci di abbandonarsi al suo incanto si sono lasciati rapire dal suo fascino, che conduce in scenari notturni tra amore, dolore, attesa, inquietudine, sentimenti che non conoscono limiti nè di tempo, nè di spazio.

E, così, il tramonto della luna è il tramonto della giovinezza, nella mente tormentata della poetessa greca Saffo, mentre uno struggente bisogno di amore la pervade e le dilania il cuore.

Al chiaro di luna risuonano le note famose di “Notte ‘ e luna” dell’artista napoletano Salvatore Di Giacomo: solo alla luna è possibile insinuarsi, con il suo raggio d’argento, nella camera “addò dorme ‘a cchiù bella femmena ‘e sta città” e così all’innamorato non resta altro che sfogarsi con il vento e rivolgere a lui gli eterni interrogativi destinati a rimanere senza risposta.

Tra petali di fiori, lucciole e rugiada… al chiaro di luna… quale donna non vorrebbe non ascoltare l’invito del poeta inglese Macaulay:”Appoggia qui il capo e dormi nel sorriso visionario della luna” .

Dimmi, o luna, ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?” È la sconvolgente e complessa domanda dell’inquieto Leopardi che si fonde con l’eterno indagare dell’uomo sul senso della vita.

E… la Luna? Cosa può dirci la Luna?

La luna può, per chi sa guardarla, quando la tristezza del vivere improvvisamente ci prende, trasportarci in un Altrove, dove ci sono “giorni sempre miti e campi sempre belli” e “ la luna che splende su chi là vaga contento e libero ha intessuto la sua luce con le tenebre dell’immortalità” (F.Pessoa “Il violinista pazzo”).

Maria Letizia PIANO

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